E’ troppo tempo che non scrivo.
Ho poco tempo. Troppo poco tempo.
E così trascuro.
Sono anche un pò giù di energia. Non so più dove pescarne.
In questi mesi è successo di tutto.
Dalla coppia amica che è scoppiata, alla malattia del padre di M.
Mi chiedo: chi è che stabilisce il momento in cui tu, non sei più un investimento e diventi un costo?
Chi?
E quando accade?
La domanda è lecita immagino. Perchè se prima tu sei un investimento, perciò hai accesso velocemente a tutto ciò che ti possa conservare al meglio durante la tua corsa alla produzione, ad un tratto diventi un costo. E così i tempi si dilatano.
La vecchiaia?
Cazzate. Come diamine è che chi lavora nello spettacolo è super controllato mentre il pensionato Fiat deve supplicare per una TAC?
La pensione?
Beh… siamo sempre li. Se sei ricco in pensione oggettivamente non ci vai mai.
Boh. Sta di fatto che sono 4 mesi che sento la tiritera “ha un carcinoma” ma in 4 mesi ha visto solo una volta i medici oncologi, che con comodo l’hanno chiamato a visita per dirgli “meno di un anno”.
E noi poveri esseri umani a pensare “beh se non lo chiamano subito significa che non è grave…”
Errore! Se non lo chiamano subito è perchè non è un investimento. Altrimenti vedi che in un nanosecondo ti ribaltano come un calzino.
Sono orripilata dalla disumanità di certe figure. Che non considerano che il signore della stanza 305 è il padre di qualcuno. Il marito di qualcuna. Che anche se sta male, ha il diritto di vivere bene quel poco che gli rimane.
Nessuno che si fosse preoccupato di 37 kili in meno. Per poi cadere nel ricovero immediato. Ma santapazienza!
Si ok, dovremmo muoverci noi. Ma non è mio padre, ed è la sua famiglia a fare le scelte, io posso solo dire la mia.
Il mio è solo un effetto rebound. Ma che diamine. Vedo gli stessi volti segnati di allora, la stessa paura. La nausea dell’aria viziata dell’ospedale, la mancanza di ossigeno, l’odore malvagio della sofferenza.
Ho un sacco di rabbia repressa nel cuore.
Un sacco di rabbia.
Tanta rabbia.
Poi vabbè… ce ne sarebbero cose da dire. Ma alla fine è come urlare alla luna.
Nessuno risponde. Solo l’eco che ti ricorda quanta solitudine hai attorno.
Sono lontanissima da tutto e tutti. Leggo cose che fanno venire la nausea. E mi chiedo: cosa posso fare per non annegare ancora? Per l’ennesima volta?
Nulla, solo mantenere la guardia.

Miriam ha detto,
02/12/2010 a 12:01
A leggere queste cose me ne tornano in mente troppe e so che se cominciassi poi aprirei la diga e non voglio, non posso permettermelo, non in questo periodo dove sto cercando di rimanere distante il più possibile a una situazione familiare che ho visto svilupparsi proprio come un cancro inestirpabile da tanto, troppo tempo e che adesso sta divorando anche l’apparenza esterna .
Voglio solo dirti che non tutti gli ospedali sono uguali.
Purtroppo, evidentemente, il padre di M è capitato in uno dei tanti.
A Modena, almeno in un settore oncologico, è peggio: non sei nemmeno un numero, sei solo una rottura di scatole per infermiere, medici ecc.
Di contro, allo i.e.o., c’è un’umanità e un compartecipazione uniche, lì ho trovato l’unica persona, in tutta la mia vita, che mi ha detto: “Signora, non è sola, lotteremo insieme. Io sarò al suo fianco.” e ha mantenuto la promessa.
Se ci ripenso mi tornano le lacrime agli occhi, lacrime che sono spuntate anche allora, quando me lo sentii dire da quel medico, poco più che trentenne, che nemmeno sapeva chi fossi.
Quello che voglio dirti, Dì, è che quello che conta è non essere soli e il padre di M non lo è.
Ma, se mi permetti un consiglio, dategli la vicinanza, non la pietà e se per caso dovesse soffrire, fate il diavolo a 4, buttate giù l’ospedale, ma ESIGETE che gli diano degli antidolorifici efficaci, perchè purtroppo certe strutture tendono e risparmiare troppo su questi farmaci perchè, come dici tu, “non sono un investimento”, ma una bella piazzata all’occorrenza, ti garantisco che sblocca la situazione (Paolo docet).
Ti abbraccio forte.